Ci sono refusi e d eufoniche a go-go. Ma non badateci.
Introduzione: l’autore e l’opera, il quadro storico.
Autore del ‘Trattatello di confessione’, di cui viene qui
presentata l’edizione è Pietro da Trani, della famiglia dei
Palagari, minore conventuale e vescovo telesino, celebre teologo ed
oratore. A suo riguardo si possono ricavare poche notizie
biografiche1.
Pietro Palagario nacque a Trani ed entrò nell’Ordine, facendo
progressi negli studi sacri e poi insegnando filosofia e teologia nei
conventi dell’Ordine. Nel 1470, fu aggregato al collegio dei
Teologi a Ferrara, città che per prima lo vide esercitare le sue
conoscenze. Nel 1482, fu nominato arcivescovo di Lavello, e lo rimase
per cinque anni, quando cambiò l’amministrazione di quella diocesi
con quella della diocesi di Telese2.
Questo avvenne il 26 gennaio 1487, e lo stesso anno fu nominato anche
vescovo di Ferrara: il Palagari si occupò personalmente
dell’arcidiocesi telesina3,
di cui era vescovo suffraganeo.
Visse lungo tempo alla corte di Ferrara, dove si era laureato nel
1466, e dove compose, nel 1496, un trattato dal titolo ‘De
ingenuis puerorum et adolescentium moribus’4,
inoltre siamo a conoscenza del fatto che nel 1492, consacrò, a
Venezia, la cappella della parrocchia di Frari, dopo che questa fu
ristrutturata assumendo l’aspetto che ha allo stato presente5,
e che l’autore morì nella stessa Ferrara nel 15056.
Il presule Pietro da Trani, in realtà, manca nella cronotassi dei
vescovi telesini, anche se la sua presenza pare accertata per il
1487.
Del Nero cita Pietro da Trani tra i maestri dell’Ordine che
animarono il dibattito, nella facoltà teologica ferrarese, anche se
non in maniera particolarmente feconda. Degno di nota appare il suo
indirizzo chiaramente orientato verso lo scotismo, come dimostrano le
concezioni sui limiti del sapere umano che si trovano nel suo
trattato.
Il ‘Trattatello di confessione’ è una breve operetta
teologica e dottrinale dedicata all’allora duca di Modena e
marchese di Ferrara, Borso d’Este7,
sul sacramento della confessione. Esso consta di cinque parti,
suddivise a seconda dell’argomento trattato: che cos’è la
confessione, come devono essere la confessione ed il confessore,
quando e quante volte all’anno ci si dovrebbe confessare, come il
peccatore dovrebbe accogliere il sacramento della confessione e la
penitenza della confessione.
Ogni dichiarazione è supportata da citazioni dalla ‘Summa
teologica’ di Tommaso, dalla ‘Città di Dio’ di
Agostino, da stralci di opere di Duns Scoto8,
Astesano, Bonaventura e altri padri della Chiesa: le citazioni sono
in latino, ma sono precedute dall’indicazione del capitolo,
dell’opera, dell’autore da cui sono state estratte, e sono
seguite subito dopo dalla loro traduzione in volgare.
È interessante notare come quest’opera rispecchi gli schemi della
trattatistica medievale: come in un’enciclopedia, infatti, ogni
parte di essa è divisa in più sottoparti, in modo da illustrare
esaurientemente la materia trattata, come fosse un elenco di
caratteristiche, ognuna delle quali concorre ad essere un tassello di
quel puzzle rappresentato dal ‘Trattatello di confessione’
stesso, il tutto nato dall’esigenza medievale di catalogare il
sapere, al fine di avere sempre sottomano tutto lo scibile a
disposizione dell’uomo di cultura. Inoltre, nell’opera, vi
troviamo i quattro sensi del trattato, o più in generale, dell’opera
letteraria nel medioevo: il senso letterale, cioè la materia del
trattato compresa così come essa è scritta; il senso allegorico,
rappresentato dagli exempla di cui il trattato è ricco, e
concernenti il senso nascosto del trattato; il senso anagogico, cioè
riguardante la vita dei personaggi del testamento, spesso
riconducibile alle citazioni o ai sopraccitati exempla; il
senso morale, espresso nelle finalità del trattato stesso, ossia di
rendere edotto il fedele cristiano sul sacramento della confessione,
affinché egli non commetta errori dettati dall’ignoranza.
L’incipit dell’opera contiene la dedica, le informazioni
preliminari all’oggetto della trattazione, il nome dell’autore,
oltre che le formule di rito presenti in tutte le opere religiose del
tempo; anche l’explicit, che contiene la parola ‘amen’,
sta a simboleggiare che tutto ciò che vi è contenuto in quei fogli
è un dogma, un assioma che è stato deciso dall’alto e che,
quindi, non si può e non si deve mettere in discussione. Per questo
motivo, proprio perché ogni allontanamento dal dogma, a quel tempo,
era sinonimo di eresia, nulla a riguardo poteva essere opinabile, e
l’autore non ci rende partecipi di pareri personali, né
s’intromette per discutere tesi, che avrebbero potuto essere
considerate relative, inerenti alle caratteristiche del sacramento in
questione.
Da alcune concezioni, presenti nel trattato, tuttavia, potremmo anche
evincere che, per certi versi, Pietro da Trani venne a contatto con
l’insegnamento degli umanisti che affollavano la corte di Ferrara,
quali Guarino Guarini (1374-1460)9:
infatti, egli non ha esattamente le credenze e le superstizioni che
permeavano il medioevo, sulla presenza del diavolo o di altre entità
maligne che governavano l’esistenza umana, e che, anzi erano
credute grandi divinità antagoniste del Dio buono10;
è l’uomo, invece, dotato di libero arbitrio a deviare dalla via
del bene, è la volontà umana che erra, non ci sono forze esterne
che la fanno errare.
D’altra parte, l’opera dei francescani servì anche a modificare,
nelle coscienze del tempo, la concezione della creazione e
dell’incarnazione, che redime l’universo dalla colpa e lo libera
dal terrore. I frati mendicanti, attraverso la loro predicazione,
diffusero ovunque questo messaggio. Nelle parole di Francesco
d’Assisi: “Non mi parlate di alcun’altra forma di vita
all’infuori di quella che il Signore mi ha misericordiosamente
indicato e dato; la regola e la vita dei frati minori sta
nell’osservare i santi Vangeli di Nostro Signore Gesù Cristo”.
Che vuol dire i Vangeli applicati alla vita quotidiana in tutta la
loro semplicità, ‘sine glossa, senza commento’11.
E l’attività di Pietro da Trani, s’inserisce proprio nel filone
della predicazione francescana nel Medioevo. Gli Ordini Mendicanti si
avvalevano delle artes praedicandi, insegnate nelle loro
scuole, per preparare i predicatori al sermone moderno, così
chiamato per distinguerlo dall’antica omelia. Per esempio, nel ‘De
arte praedicandi’, Giacomo da Fusignano12
paragona il sermone moderno ad una pianta: la radice è il versetto
iniziale, il tronco è l’introduzione, i rami sono le divisioni e
le distinzioni, le foglie e i frutti sono le dilatazioni, ricche di
citazioni provenienti dalle sacre Scritture, e gli exempla.
Per agevolare il compito dei predicatori furono allestiti sussidi di
facile consultazione, che, in breve tempo, favorirono la formazione
di un tipo di sermone molto omogeneo13.
I trattati ed i sermoni risultano colmi di reminescenze classiche,
poiché i maestri di retorica e dialettica s’interessavano ai libri
antichi, per fissare il modello della nuova oratoria moralistica, da
allineare sulle strutture mentali della teologia14.
La predicazione degli Ordini Mendicanti fu, inizialmente, osteggiata
ed ostacolata dal malcontento che le iniziative di questi suscitavano
nel clero secolare delle città, che, da quel dinamismo riformatore,
sentivano minacciate le loro preesistenti e durevoli prerogative15.
I frati esercitavano il loro ministero somministrando i sacramenti e
facendo uso della predicazione, un aspetto che li rese popolari ai
loro tempi e che ancora oggi affascina i moderni. Ma non sempre le
loro attività si limitano a quelle religiose in senso stretto:
infatti, a seguito di alcuni cicli di prediche, molti frati
ricevettero la mansione di scrivere statuti o parti di essi, da parte
di comuni di piccole dimensioni16,
da questo nascono, ad esempio, le disposizioni per arginare il
fenomeno delle lotte fra fazioni. Dalle prediche di san Bernardino da
Siena, infatti, risulta come il potere delle fazioni si fondasse,
oltre che sul suo potenziale di violenza, anche su una cultura, una
mentalità comune: uno dei simboli fondanti di questa mentalità è
rappresentato dal moltiplicarsi delle insegne, provenienti dallo
stemma della famiglia, che aveva il ruolo di capo nella fazione.
Bernardino si scaglia contro i simboli laici della faziosità, non
limitandosi alla parola ma estendendo il suo sapere, genialmente, al
campo dell’immagine. Poiché queste insegne, non solo erano avverse
alla religione, ma erano estranee allo stesso cristianesimo, egli
fece diffondere un altro tipo di stemma, ossia il monogramma con il
nome del Cristo, al fine di combattere le fazioni sul loro stesso
campo17.
Bernardino si vantava di adattarsi a tutti gli idiomi delle località
in cui predicava, e di lui ci rimangono solo le prediche senesi e
fiorentine: gli ascoltatori assorbivano motti piuttosto brevi in
latino e lunghi discorsi in volgare differente dal quello nativo;
sebbene la lontananza linguistica non fosse eccessiva, il codice
delle attese era già predisposto, la gestualità poteva aiutare e
ciò che veniva perduto nell’ascolto poteva essere supplito
mentalmente. Quando, però, la distanza tra i linguaggi era
incolmabile, si ricorreva ad un interprete, che non era difficile a
trovarsi, per l’internazionale francescana18.
La pronuncia dei predicatori rimane inattingibile: per studiarne
fonetica e morfologia, bisognerebbe far ricorso agli autografi in
volgare, ma si tratta, ovviamente, di testi scritti, la viva voce,
per sua stessa definizione, ci sfugge, sia che sia stato l’autore
stesso a trascrivere la predica, sia che si sia fatto utilizzo di un
trascrittore, la più diffusa tra le situazioni. Terminata la
predica, infatti, colui che aveva l’incarico di trascrivere il
discorso, provvedeva ad ordinare gli appunti presi nel corso
dell’omelia, fondandosi anche sulla memoria, per cui, nelle diverse
fasi della scrittura, la rielaborazione doveva essere sensibile.
Quando, tuttavia, c’è una grossa distanza linguistica tra il
predicatore ed il trascrittore, si misura l’assimilazione
linguistica, che la lingua parlata subisce nella resa scritta19.
In realtà, poteva avvenire anche che le parole, le locuzioni, le
frasi, i giri di parole che il predicatore utilizzava al fine di
colpire i fedeli venivano rifonetizzati dai trascrittori, in
conformità del volgare indigeno e delle proprie abitudini
scrittorie: non si poteva non avvertire la differenza tra le due
parlate, quella del predicatore e quella dei trascrittori20.
Nel XV sec., gli studi conventuali rappresentarono la base didattica
dell’educazione letteraria ed umanistica del frate, elaborando e
promuovendo modelli culturali specifici del mondo religioso, più o
meno differenti da quelli già istituzionalizzati dalla cultura21.
In particolare, il movimento dell’osservanza, ossia il ripristino
della regola originaria con un accentuato rigorismo morale, un
recupero della matrice pauperistica, una forte tensione mistica, ha
lasciato, attraverso la letteratura profondi solchi nella società
civile e negli ambienti ecclesiastici. Il rigorismo che pervade il
movimento investe la lettera come lo spirito, riafferma la regola
della povertà, sia comune sia individuale, e ha come esito la
tensione ad una spiritualità più autentica e rinnovata, dopo la
fase di rilassamento che era seguita alla fondazione dell’ordine22.
Dopo il primo periodo, privo di risultati in senso culturale, la fase
della sua crescita è piuttosto interessante, per via delle figure
religiose che provvidero a dar lustro al movimento, le cosiddette
‘quattro colonne’: Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano,
Giacomo della Marca e Alberto da Sartiano, molto differenti tra loro
sul piano temporale, ma piuttosto vicini geograficamente, poiché
provengono tutti dall’Italia centrale, luogo dove è avvenuta
l’origine dello stesso francescanesimo23.
La letteratura devota delle comunità osservanti, tuttavia, non ebbe
l’interesse adeguato per la dimensione linguistica e retorica dei
testi. Il volgare adoperato ha radici locali, poiché queste comunità
presentano forti legami con i modelli e gli scritti provenienti da
comunità affini, sebbene linguisticamente e geograficamente lontane.
L’osservanza, pertanto permise la diffusione di testi marcati
localmente, per quanto concerne la lingua, che interessarono
l’attenzione di lettori lontani, provocando la compenetrazione di
dialetti diversi24.
Ma il rilancio del volgare non avvenne dovunque e comunque, nel
quattro-cinquecento, poiché, se la cultura umanistica in genere era
incoraggiata e protetta dai papi di Roma, l’atteggiamento
ecclesiastico verso il volgare diviene, in seguito alla riforma
protestante, di chiusura25.
In particolare, alla predicazione del sec.XV è legato il nome di
Giovanni da Capestrano (1386-1456), fondatore del convento minorita
di Capestrano, che, proveniente da una famiglia baronale, connessa
con la vita politica degli Angiò, si convertì e prese l’abito
francescano, nel 1417. Oltre ad essere un grande predicatore ed un
trascinatore di folle, la sua attività si volse, inoltre, verso la
sfera politica, con un’attenzione particolare alla pacificazione
tra le popolazioni italiane in lotta. Pertanto, intraprese rapporti
con Giovanna II d’Angiò (1371-1435), che aveva immotivate mire su
alcuni territori dell’Abruzzo -regione dalla quale il frate
proveniva- rapporti che perdurarono fino alla morte di questa,
avvenuta nel 1435. Si impegnò, tra l’altro, nella difesa del già
citato san Bernardino da Siena, dalle accuse di eresia che gli erano
state rivolte, ribadendo la sua figura di preminenza nelle indagini
inquisitoriali26.
Interessante è notare come i francescani si districarono nella
propria situazione bilinguistica: ‘il latino salda l’attività di
reclutamento negli strati sociali emergenti con la vivace presenza
pastorale, ma soprattutto consente di dar voce autorevole al rapporto
di scambio con l’istituzione, il vernacolo apre l’accesso alla
pratica letteraria volgare, attraverso l’apparentamento con le
forme mentali degli artigiani, dei piccoli commercianti, dei borghesi
inurbati’27.
E, comunque, va sempre tenuto presente che ‘la letteratura che si
ispira alla grande personalità di san Francesco è tutta volta a
rievocarne la vita e le opere, a conservarne la memoria e a
divulgarne il valore esemplare: essa viene elaborata all’interno
dell’ordine francescano ed esprime spesso atteggiamenti di pietà,
ingenuamente, o rispecchia i conflitti che si svolgono all’interno
dell’ordine e le diverse interpretazioni della regola del santo’28.
D’altra parte, un aspetto fondamentale della letteratura religiosa
delle origini dell’Ordine è il misticismo: l’esperienza
religiosa di Francesco viene sovente presentata ed illustrata come
modello del percorso ascetico che mira alla visione di Dio,
all’identificazione con Cristo e all’annullamento di se stesso
nella luce totale dell’amore divino.
In realtà, la letteratura degli ordini mendicanti servì per
recuperare le istanze profonde della predicazione, attuando il
programma di rinnovamento della pastorale, tracciato dal Concilio
Vaticano IV: i Minori, espressione della società comunale, ne
sollecitarono le più profonde tendenze29.
Molto probabilmente i predicatori quattrocenteschi si ispirarono
all’opera del proprio maestro, Francesco d’Assisi, del quale non
è stata conservata nessuna predica, ma si suppone che predicasse in
volgare umbro e fuori d’Italia, usando un pastiche di latino,
volgare e francese, sovente accompagnato dalla sua incredibile
capacità istrionica30.
La grande stagione della predicazione volgare, infatti, è legata
alla costituzione degli Ordini Mendicanti: non ci è giunto molto
della predicazione francescana più antica, il cui primo grande ciclo
è quello di san Bernardino, tuttavia, attraverso le testimonianze
pervenuteci possiamo ricostruire l’opera predicativa di Francesco31,
‘del quale è stato sottolineato il grande impatto emozionale sul
popolo, e il totale coinvolgimento, gestuale non meno che verbale,
del santo’32.
Sebbene il ruolo dei Francescani, nella diffusione del volgare sia
sempre stato assai rilevante, la produzione francescana è legata
soprattutto alla poesia religiosa e alla letteratura didattica33.
Mentre nell’Italia settentrionale la letteratura religiosa finiva
con l’assumere i connotati del trattato moralistico, in Umbria,
nasceva una poesia del tutto nuova, composta nei dialetti locali, che
canta, molto spesso con schietta ingenuità, le lodi di Dio, della
vergine Maria e dei santi34.
Il francescanesimo liberò l’elemento orale-popolare, inteso come
categoria vuota entro cui far confluire le richieste delle minoranze
analfabete, al di fuori, quindi, della cultura scritta e, perciò,
altrimenti, mute: l’insicurezza collettiva viene assorbita, in
forme di pensieri e scritture che si avvarranno del volgare, perché
esso è generato da bisogni e speranze popolari e perché il loro
ideale di umiltà li porta a scegliere ciò che è considerato,
universalmente, basso ed anticulturale35.
Tuttavia, lo spirito culturale di Francesco non si rivolse contro i
libri, ma contro la curiosità dei libri, ‘una cauta ed organica
centralizzazione, fondata sulla struttura e sulle funzioni clericali
ma avviata alla fruizione anche da parte laica, è lo scopo da
perseguire secondo il concorde parere dei primi commentatori, e in
ispecie degli Spirituali fedelissimi al modello biografico,
preoccupati, come Ubertino da Casale36,
che lo studio indirizzi la preghiera, e la preghiera illumini lo
studio’37.
Fin dalla sua nascita, l’Ordine accolse l’appello papale per un
rinnovamento della struttura culturale del clero: attenti agli
aspetti della carità e della curiosità per le discipline
scientifiche, disponibili al contatto con le masse, i francescani
fecero proprio il modello di scienza universitaria, proposto
dell’Ordine dei Predicatori, un modello in cui all’esegesi, venne
preferita la comunicazione, alla cultura scritta quella trasmessa
oralmente, non mancando d’imprimersi nel pensiero laico attraverso
mediazioni e nessi tra i più vari: così i francescani non diedero
mai di essi l’immagine dell’esercito dei dotti, ma furono
essenzialmente elementi di mediazione tra l’esigenza di un’adesione
piena alle forme dottrinali istituzionali e la pressione delle forze
socio-politiche, da sempre presenti all’interno dell’Ordine38.
Tutto ciò condusse i francescani ad assumere ‘posizioni di
chiusura polemica verso la concettualizzazione del patrimonio
concettuale e filosofico, a favore di una circolazione esclusivamente
interna e corporativa del proprio discorso ideologico e della sua
strumentazione tecnica’39.
Così, i francescani, smussando la resistenza della corrente
spirituale, giunsero ad una concordia fra l’esigenza teologica
rappresentata dalla lettura delle sacre scritture e la
sperimentazione necessaria per comparare gli autori, mai separata da
un’attenta specializzazione linguistica40.
Il riordinamento del materiale trádito fu tematizzato e teorizzato,
per la fondazione di un nuovo rapporto con il sapere ed il fare, che
fu francescano, più che semplicemente religioso: ‘gli Ordini
mendicanti affrontano quindi il sapere antico nei termini di pura
compilazione, di riorganizzazione funzionalizzata agli scopi ed alle
strategie del consenso che le scuole formulano attraverso la loro
complessiva attività culturale’, e ancora, ‘i materiali sono
precipuamente assimilati dall’esperienza antica, tutt’altro che
rifiutata, in attesa che ne fruisca pienamente l’Umanesimo’41.
Tuttavia, era luogo comune, nel Medioevo, considerare i predicatori
come coloro che facevano un uso distorto della loro capacità
oratoria42.
L’insegnamento delle verità della fede e l’efficacia del
messaggio sono connessi a due aspetti indivisibili nell’esercizio
della predicazione, che congiungeva la semplicità e la chiarezza ai
contenuti elevati: infatti, la trasmissione del sapere attraverso una
lingua chiara ed accessibile anche agli strati meno colti del popolo,
è stato un aspetto caratterizzante della Chiesa fin dai primi
momenti della sua esistenza, e fu proprio grazie alla predicazione
che avvenne il distacco dal latino, ormai lingua artificiale compresa
da pochi eletti, con il volgare parlato, lingua dell’uso
appartenente a vaste fasce di popolazione. Tuttavia, anche se
concepita per essere pronunciata oralmente, la predicazione era, per
sua stessa ragion d’essere, tesa verso la comunicazione
d’insegnamenti dottrinali, quindi un genere in bilico tra oralità
e scrittura43.
Non dimentichiamo che erano ancora vivi nel Cinquecento dei movimenti
religiosi di carattere popolare, che si avvalevano di una cultura
legata al volgare: questo movimenti non fecero uso della letteratura
come fine, ma come mezzo, non avendo, tale letteratura, né grande
forza poetica, né esemplarità formale44.
Nel periodo di cui ci stiamo occupando, si trovano numerosi trattati
diffusi, appunto, a scopo didattico, riguardanti materia dottrinale e
teologica e alcuni di questi sono scritti anche in volgare salentino,
sebbene, forse a causa di sollecitazioni esterne, i loro autori
abbiano esercitato il loro sapere lontano dai luoghi d’origine: tra
questi possiamo citare il nostro Pietro da Trani45.
Già, verso la fine del XIII sec., ad una produzione scrittoria in
volgare connessa alla politica e all’economia, se ne affianca
un’altra di tipo religioso, soprattutto per lo sviluppo e la rapida
ascesa che gli ordini mendicanti –in particolare i francescani-
ebbero sul territorio, anche a causa dell’infittimento dei rapporti
tra essi e le gerarchie locali. Alla fine del XIII sec., infatti,
nell’intera Puglia, il movimento francescano non incontrò
difficoltà d’affermazione e, pertanto, si diffusero conventi
dell’ordine francescano, dai confini settentrionali, fino alla
Custodia di Brindisi che comprendeva gli insediamenti di Brindisi,
Alessano, Nardò, Otranto e Lecce46.
L’area pugliese, così imbevuta di cultura greco-bizantina,
rappresentava un territorio particolarmente disponibile ‘al senso
francescano dell’esistenza, intesa come condizione di conformità
al Cristo nella potenza della Resurrezione, nell’esperienza
formativa della sofferenza, nell’umanità della morte’47.
Tuttavia, i problemi inerenti alle comunità francescane non furono
risolti appieno, le promesse di Federico II furono tralasciate,
nell’impegno che egli attuò per una riorganizzazione in senso
laico dello stato, nonostante, già dal 1222, il primo vescovo
proveniente dall’Ordine dei Frati Minori, Gabriele da Lecce,
diviene presule di Policastro, proprio nello stesso anno in cui
l’Ordine si è spinto all’estremo sud della regione, il 1218,
dando vita alla comunità di Oria nella Custodia di Taranto, che fu
considerato ‘uomo di grande perfezione e bontà di vita’48;
nel 1233, in una bolla di Gregorio IX, si trova menzione di un
frater B., non altrimenti identificato, che rivestiva la posizione di
Ministro della provincia di Puglia49.
Comunque, la storia del francescanesimo in Puglia, passa attraverso
un programma politico ideato a seguito dell’elezione di Clemente IV
e con la conquista del meridione da parte degli angioini, dando vita
a quel binomio che, nel sec. XIII, renderà il pontefice e gli
angioini i protagonisti di un evoluzione in senso religioso
dell’Italia meridionale50.
Nell’intera regione erano sorti da tempo gli ordini monastici: già
dal sec.VI, nelle città del Salento, Otranto e Gallipoli, vi erano
estesissimi patrimoni della Chiesa di Roma; nel sec.VII, comparvero i
primi seguaci della via eremitica importata dall’oriente, i quali
aumentarono a dismisura, dopo la fine delle lotte iconoclaste, quando
l’oriente cristiano e l’occidente si mescolarono, edificando
dappertutto eremitaggi, nei quali vennero trasportate immagini, usi e
costumi greci, che vengono osservati ancora oggi in parecchi paesi51.
Con le invasioni barbariche, molti eremitaggi furono distrutti, ma
quando furono scacciati i Saraceni e si accrebbe la potenza greca, i
monaci abbandonarono gli eremitaggi rimasti, scavati per lo più in
luoghi impraticabili, e si ritirarono in città dove fabbricarono
grandiosi monasteri, più tardi arricchiti di feudi e castelli52.
Alla fine del sec.XI, con la venuta dei Normanni, il monachesimo
greco si trovò in decadenza, per il diffondersi dei Benedettini, che
ostacolarono l’influsso degli altri ordini e si moltiplicarono in
Puglia e nel Salento, dove, nel sec.XII, disponevano quasi
dell’intera regione, mentre i Basiliani spandevano i loro ultimi
bagliori nella maggior parte dei monasteri che sarebbero divenuti
francescani. All’inizio del sec.XIII, Basiliani e Benedettini si
ridussero di numero, a causa della decadenza della vita monastica,
provocata dall’ozio e dal lusso, e, per migliorare le condizioni
cristiane e sociali, sorsero nuovi ordini monastici, tra i quali i
Francescani53.
Parlando dei Francescani in questo periodo, è stato scritto: “La
storia dei Frati Francescani nei primi due secoli e più della loro
esistenza è enfaticamente la storia della cristianità. Non vi
furono moti di interesse vitali, durante quel periodo, nei quali non
avessero parte. La teologia, la politica, le belle arti, le
condizioni sociali del popolo furono tutte in qualche modo tocche
della loro influenza”54.
Il francescanesimo si diffuse largamente, anche grazie alla grande
figura del mitico e mistico fondatore, il quale, non ancora
convertito la sua vita all’idea della pace e dell’amore
cristiano, pensò di recarsi in Puglia per combattere, sotto
Gualtieri di Brienne55,
feudatario leccese, sotto la cui guida, la città si trovò, a causa
dei suoi spostamenti continui, priva di una corte comitale56.
Questo, tuttavia, non avvenne, poiché lo stesso condottiero morì
prima che l’allora Francesco Bernardone si potesse arruolare. In
compenso, San Francesco si recò comunque in Puglia, ma dopo molto
tempo, per evangelizzarla, fondando e benedicendo personalmente
monasteri dell’ordine57.
Nel Salento, la figura del santo58
affascinò e s’intrecciò alla cultura popolare già esistente,
dando vita a leggende inerenti il tarantismo e la cura di questo59.
Una delle prime città del Salento che ricevette il cristianesimo, e
nella quale comparvero i primi segni dell’esperienza eremitica, fu
Brindisi, dove parecchi Ordini religiosi, in diversi tempi, ebbero
artistici e comodi conventi, sebbene la città venisse distrutta e
riedificata molte volte60.
Verso la metà del sec.XI, proprio in questa città, gli Altavilla,
per ridurre la presenza e le ingerenze di Bisanzio, chiamarono i
Benedettini, poi sostituiti -a causa della vita fastosa che
conducevano, dovuta a pingui rendite- pensando di restringerli, da
Domenicani e, infine, dai Francescani61.
La città di Lecce, invece, convertita secondo la tradizione dai
Santi Oronzo, Fortunato e Giusto, primi seguaci di S. Paolo, fu
abitata già dal sec.IV dai pionieri della vita eremitica,
provenienti da oriente62.
Nel sec.VI, fu presa e saccheggiata da Totila e dai Greci,
ricostruita dagli imperatori d’Oriente, privata, nel sec.VII, del
proprio pastore63,
venne, in seguito assoggettata dai Longobardi e distrutta dai
Saraceni. Liberata dai Normanni, fu scelta come contea dagli
Altavilla, e sotto Federico II, Francesco venne in visita dei
fratelli delle diocesi salentine, che tanto bene morale apportavano
all’intera regione64.
I conventi salentini, insieme con quelli di Bari, Foggia, Campobasso
e Basilicata formarono la provincia minoritica di Puglia, che fu poi
divisa in due province, dato il gran numero di conventi: la
tradizione vuole che questa provincia fosse eretta dal Santo Padre,
in visita in Italia meridionale65.
Nel 1217, tra le sei province monastiche in cui era divisa l’Italia,
la quinta era quella di Puglia, che rimase tale al 1223 e, forse,
fino al 1239; nella Series Provinciarum antiquior, tra il 1239
e il 1263 sono elencate trentadue province minoritiche, delle quali
la Puglia figura al settimo posto66.
I religiosi che abitarono questa provincia furono promossi alle
cariche dell’Ordine e della Chiesa, per la loro virtù e il loro
sapere. Uno di questi è Luca da Bitonto, che, trovatosi in una
fiorente comunità fondata dal poverello d’Assisi presso Otranto,
esperto nel governo, nel 1220, si recò dal papa per esporre i suoi
dubbi circa alcune usanze della Chiesa greca, facendo disputare
alcuni dei suoi confratelli con monaci basiliani di Casole, presso
cui, a suo parere, si erano rifugiati molti monaci orientali
scismatici67.
Un’altra figura importante è sicuramente quella di frate Palmerio,
che, da giovane diacono, fu scelto, nel 1221, nel capitolo generale e
mandato in Germania, dove fu eletto guardiano del convento di
Magdemburgo68.
Altri che legarono i loro nomi e numerosi miracoli furono, ad esempio
Adamo Ruffo69,
Sigismondo da Melfi70,
o Pietro da Trani71,
semplicemente un omonimo del religioso, autore dell’opera passata
al nostro studio.
Tuttavia, le condizioni della famiglia minoritica, che,
esteriormente, erano soddisfacenti per la conquista di primati morali
ed intellettuali, lasciavano a desiderare, per via delle diatribe
sorte circa l’osservanza del voto di povertà. La questione ebbe
una soluzione parziale ed apparente, grazie ai papi Niccolò III e
Clemente V, che, con le decretali “Exiit” ed “Exivi”,
cercarono di ridurre la questione nei limiti del possibile, e dare
una spiegazione della regola francescana, pur tenendo conto delle
esigenze pratiche della vita e dello sviluppo dell’Ordine
Minoritico72.
Ma, sotto il pontificato di Giovanni XXII, le condizioni interne
dell’Ordine peggiorarono, col riacutizzarsi della questione della
povertà di Gesù Cristo e degli apostoli, sulla quale si fondava la
regola dei francescani: Giovanni XXII, in quattro bolle73,
decretò che Cristo e gli apostoli possedevano e, comunque, avevano
di fatto diritto di possedere, distruggendo l’ideale francescano,
ignorando che quel possesso sarebbe poi rimasto alla Chiesa74.
Ne seguì la ribellione del generale Michele da Cesena75
e dei suoi seguaci e si ebbe lo scompiglio in tutta la regola
minoritica: molti religiosi non sapevano più come rapportarsi a
questi avvenimenti e alle esigenze pratiche della vita, così si
introdusse il possesso dei beni stabili nell’Ordine, che diedero
origine al ‘conventualismo’. Mentre le dimore dei monaci presero
il nome di monasteri, quelle dei mendicanti si chiamarono conventi, e
conventuali le loro chiese, che, inizialmente non godevano dei
diritti delle chiese collegiate, come la tumulazione dei morti.
Poiché non mancavano le persone devote, che volevano essere tumulate
in quelle chiese, Innocenzo IV decise di pareggiare i diritti di
queste con quelli delle collegiate76.
Tra il primo ventennio del sec. XIII e le fine del sec. XV, L’Ordine
finì per coprire quasi totalmente il territorio pugliese, riuscendo
a pervenire alle gerarchie ecclesiastiche, condizione che favorì
fortemente il moltiplicarsi delle fondazioni monastiche e il loro
inserimento nella società urbana pugliese. Questo rese possibile
l’allontanamento delle comunità locali alle tradizioni inerenti al
rito greco –che cessò di esistere col sinodo di Otranto del 1570-
e il riavvicinamento degli angioini al papa, avendo i primi ripreso a
fornire al secondo l’annuo censo, che, da diversi anni, non veniva
corrisposto: e questo riavvicinamento politico, religioso ed
economico serviva a permettere al mezzogiorno di uscire dall’egemonia
economica sotto cui la teneva Venezia77.
Roberto Caracciolo da Lecce (1425-1495), fu minore conventuale, un
personaggio controverso, che ci mostra quali rapporti fossero
intercorsi tra i predicatori e la società del tempo: esercitò in
Umbria e a Napoli, dove dette sfoggio di cultura umanistica, in un
ambiente favorevole in quel tempo agli studia humanitatis78.
Ci ha lasciato, oltre una serie di sermoni mescidati, ossia sermoni
in cui al latino vengono frammiste frasi in volgare allo scopo di
conferire al testo una maggiore efficacia dal punto di vista
espressivo, anche, un’opera ‘Specchio della fede’, dalla
quale si evince la solida e vasta cultura del frate, dalla quantità
di citazioni riprese nel testo. Questo sermone è scritto in volgare,
per la volontà di rivolgersi non solo ai dotti, ma anche ai laici e
ai secolari79.
Inoltre, il minorita Antonio da Bitonto (1385ca.-1465), sostenne, nel
corso di un ciclo di prediche, l’eventualità di assumere la
comunione, in osservanza dal precetto pasquale, in tutti i giorni
della settimana Santa e non solo il giorno di Pasqua: queste
asserzioni gli valsero l’accusa di eresia80.
Ma, d’altra parte, l’attenzione verso il rinnovamento e la
diffusione della cultura non era una novità, per la Puglia: infatti,
già dall’epoca della dominazione bizantina, questa regione aveva
avuto un ruolo di preminenza nell’attività culturale dell’Italia
meridionale.81.
La cultura bizantina, in effetti, raggiunse risultati di raffinatezza
e prestigio senza pari, tra tutte le comunità alloglotte
sopraccitate. I centri di produzione più fiorente furono Santa Maria
di Cerrate, in provincia di Brindisi, e San Nicola di Casole, presso
Otranto, i cui manoscritti contengono per lo più testi religiosi,
anche se ‘non vi mancano autori profani e opere della letteratura
greca e postclassica’. E, sebbene non possiamo stabilire con
certezza la diffusione delle opere, poiché non siamo a conoscenza
del livello culturale delle comunità, siamo sicuri che a Casole si
fosse creata una vera e propria attività di prestito librario a
beneficio degli abitanti locali sulla fascia adriatica del Salento82.
In questo cenobio vissero monaci di origine greca83,
dotti in lettere greche, ma spesso anche in lettere latine, e
attaccati alle tradizioni greche, ed esso fu beneficato grandemente
dai normanni. Ma colui che consegnò al monastero un posto di
preminenza nella regione fu l’abate Nicola detto Niceta, che seppe
renderlo centro di religione, di dottrina e di diplomazia, istituendo
una più rigida disciplina dell’ordine, specialmente attraverso il
suo esempio, che da filosofo ed eminente autore di opere, seppe
trasformarsi in umile copista per obbedienza alla regola84.
Tuttavia, con il trascorrere dei decenni, l’elemento
greco-bizantino soccombette sotto la spinta della cultura latina e
romanza, e questa interferenza è attestata nei testi romanzi in
grafia greca. Non dimentichiamo, però, che questa crisi fu causata
anche da una serie di fattori esterni ed indipendenti da ragioni
linguistico-letterarie, quali la distruzione dell’abbazia di San
Nicola di Casole, durante l’invasione turca del 1480, ed è in
quello stesso periodo che avvenne la specializzazione del griko, come
varietà dialettale parlata in un’area sempre più ristretta con il
passare del tempo85.
Lo scomparso monastero casulano continua a parlarci ancora di sé
attraverso i manoscritti conservati: il Codice Torinese contiene
l’immagine del convento attivo nella cultura e fervido nel
perseguimento della teologia ortodossa. Questo Codice presenta,
inoltre, cinque articoli di regolamento, secondo i quali funzionava
la biblioteca del monastero. La presenza di questa biblioteca fa
scaturire alcune conseguenze:
- tenendo conto dell’elevatissimo costo dei libri scritti a mano, emerge la funzione importantissima della biblioteca situata nel cuore del Salento greco. Si stava formando mentre veniva stilato il codice nel 1173, e si arricchiva grazie a Nettario di Otranto (1219-1235), che ebbe modo, nel corso dei suoi viaggi di riportare dall’Oriente numerosi manoscritti;
- la biblioteca aveva instaurato profondi rapporti di lettura, nella provincia e al di fuori di essa, contribuendo a diffondere, attraverso la memoria umana o ‘la trascrizione su altre carte’, la cultura greco-bizantina fra gli uomini di religione o di diritto, che fossero studenti dotati o letterati di greco e latino. Casole diveniva così il centro della cultura scritta, sebbene molti studiosi tendano a negare la centralità del convento otrantino86.
Nonostante l’area salentina sia variegata da presenze linguistiche
tanto differenti, la ‘tradizione latina riveste un’importanza
primaria’87.
Le raccolte leccesi più consistenti sono quelle provenienti dalle
pergamene dei monasteri benedettini di origine normanna, le
disposizioni amministrative situate nel Codice di Maria d’Enghien e
gli atti notarili concernenti vendita, donazione, concordia, procure,
testamenti, ecc88.
Naturalmente, un ruolo primario nell’affermazione scritta del
volgare nel Salento viene svolto dalle corti, e, in quella leccese,
figura di spicco risulta essere Maria d’Enghien, contessa di Lecce,
moglie di Raimondo del Balzo Orsini: le sue iniziative, proseguite,
alla sua morte avvenuta nel 1446 dal figlio Giovanni Antonio del
Balzo Orsini, furono concepite in toni di aperta polemica con il
potere centralizzante napoletano, consentendo al Salento di superare
il suo isolamento cultuale. Questo processo di affermazione del
volgare e l’instaurarsi di una tradizione scritta giuridico
amministrativa, ci è testimoniato da una formula d’omaggio
feudale, pronunciato dalla stessa Maria d’Enghien, il 21 luglio
1406, da un piccolo epistolario, da una serie di ordinamenti, bandi e
statuti89.
Anche la successiva espansione del volgare è legata a fini pratici,
inizialmente di tipo commerciale e mercantile, e poi, in un secondo
momento, per servire alle esigenze curtensi, amministrative e
riguardanti la politica locale90.
1
Relativamente a Pietro da Trani, non ci sono notizie della sua
opera, da parte degli scrittori coevi che lo citano. Cfr. arturo
miola, Le scritture sul volgare dei primi tre secoli,
Bologna, Fava e Giognani, 1878, p.10.
2
Cfr. XXIX Petrus Palagarius, Episc. Telesin. (anno 1487) (cit. p.91
g. rossi, Catalogo dei vescovi di Telese–integrazione a cura di
Nicola Vigliotti, 1993).
3
Cfr. Hierarchia Cattolica medii aevi, Editio Altera, 1914.
4
Cfr. domenico del nero, La Corte e l’Università. Umanisti e
teologi nel Quattrocento ferrarese, Lucca, Titania, 1996,
pp.134-135.
5
Cfr. www.ombre.net/tradizione/topos/fff.html
6
Cfr. XXIX Petrus Palagarius, Episc. Telesin. (anno 1487).
7
La corte di Ferrara fu luogo d’incontro culturale, durante la
dinastia degli Estensi. In particolare, Borso (1431-1471) e, in un
secondo momento Leonello, diedero allo Studium ferrarese una
spinta e il lustro, che non aveva pari, in nessun altra corte
italiana, anche perché la utilizzarono come strumento di
affermazione del loro potere. Per maggiori dettagli, cfr. domenico
del nero, La Corte e l’Università.
8
L’indirizzo dei maestri francescani appare orientato verso lo
scotismo, in un periodo in cui, all’interno dello Studium
sorse la diatriba sul tomismo: gli scotisti, a differenza dei loro
avversari, che sostenevano la necessità di correggere e riformare
l’aristotelismo, essi facevano della filosofia il mezzo per
restringere i poteri del sapere umano.
9
Cfr. domenico del nero, La Corte e l’Università, pp.13-28.
10
Cfr. a. giardina g. sabbatucci v. vidotto, Il Medioevo, in
Manuale di Storia, Bari, Laterza, 1988, p.130.
11
georges duby, L’arte e la società medievale, Bari,
Laterza, 1977, p.191.
12
Cfr. enrico malato (a cura di), Storia della letteratura
italiana, Roma, Salerno editrice, 1995,
p.539.
14
Cfr. corrado bologna, L’ordine francescano e la letteratura
nell’Italia pretridentina, in alberto asor rosa (a cura di),
Letteratura italiana, vol. I, Il letterato e le
istituzioni, Torino, Einaudi, 1982, p.776.
15
Cfr. giulio ferroni, Profilo storico della letteratura italiana,
Torino, Einaudi, 1992, p.65.
16
Cfr. francesco bruni, Note sull’osservanza quattrocentesca come
problema di storiografia e di storiografia linguistica, in paolo
trovato, Lingue e culture dell’Italia Meridionale (1200-1600),
Roma, Bonacci, 1993, p.212.
17
Cfr. Ibid.
21
Cfr. rosario coluccia, La Puglia, in francesco bruni (a cura
di), L’italiano delle regioni: lingua nazionale ed identità
regionali, Torino, Utet, 1992 pp.692-693.
22
Cfr. francesco bruni, Note sull’osservanza, p.209.
24
Cfr. francesco bruni, Appunti sui movimenti religiosi e il
volgare italiano nel Quattro-Cinquecento, in “Studi
linguistici italiani”, n.9, 1983, pp.3-4.
26
Cfr. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell’Enciclopedia Italiana, 1960segg., pp.744-756.
27
Cfr. corrado bologna, L’ordine francescano, p.768.
28
Cfr. giulio ferroni, Profilo storico, pp.64-65.
29
Cfr. enrico malato (a cura di), Storia della letteratura,
p.546.
30
Nel Duecento, la predicazione, anche se veniva tenuta in volgare,
era registrata in latino, nelle cosiddette ‘reportationes’. Nel
sec.XIII, si moltiplicarono i sermonari, raccolte di schemi da
utilizzare in differenti circostanze liturgiche in latino, fra i
quali particolare importanza rivestirono i Sermones
di Antonio da Padova e i vari exempla. Una figura di spicco, nella
letteratura mistica, è Iacopo da Varazze, arcivescovo di Genova,
morto nel 1298: fu autore della più importante opera agiografica
del Medioevo, la Legenda Aurea,
miniera di storia evangelica e liturgica, raccolta enciclopedica di
miti, favole, allegorie e visioni. Altrettanto caratterizzanti, sono
le opere apocrife attribuite a san Francesco, come I
fioretti, ossia una compilazione in volgare
di atti e detti del santo, dietro la quale pare siano gli Actus
beati Francisci et sociorum eius, scritti
quasi certamente da un frate Ugolino do Monte Santa Maria fra il Due
e il Trecento, e Sacri commerci beati
Francisci cum domina pauperitati.
Quest’opera fu composta da autore anonimo, probabilmente un anno
dopo la morte del poverello d’Assisi ed esalta il tema della
povertà, tanto frequente nella predicazione del santo: racconta
come Francesco, partito alla ricerca della Povertà, la trovasse
sulla vetta di un colle e lei gli raccontasse l’esito misero della
sua esistenza dopo la morte di Cristo, il suo primo sposo, così
Francesco e la Povertà si sposano e celebrano il banchetto nuziale.
In questo scritto compaiono già gli aspetti che avrebbero
caratterizzato la letteratura del genere: la rappresentazione del
santo come di un animo schietto e semplice, in lieta comunione con
tutte le cose dell’universo, una visione ‘ingenua e quasi
fiabesca del mondo e dei rapporti umani, per cui natura, uomini,
tutti esseri viventi assumono la stessa serena luce di fiaba che
hanno in tanta pittura del tempo, uno stile che, pur non ignorando
la tradizione retorica -che scrive è un frate, colto, conoscitore
dell’agiografia medievale- predilige i moduli della sintassi
parlata e ricalca i modi della predicazione in volgare piuttosto
quelli della prosa d’arte che già si veniva affermando’.
I Fioretti, invece, tendono a presentare la figura di
Francesco come fosse quella di un nuovo messia, ne narrano la vita e
ne esaltano fatti e miracoli negli schemi della tradizione
evangelica, ‘con la stessa ingenuità di visione e di
rappresentazione del mondo, lo stesso candore fervido e ingenuo, la
stessa estrema limpidezza espressiva, già propri della letteratura
francescana’, che questi schemi continuano sia negli atteggiamenti
stilistici che in quelli contenutistici. A quest’opera sono
generalmente accompagnate alcune piccole opere di argomento
francescano, tra le quali spicca la Vita di fra Ginepro, uno
dei primi compagni del santo, che tenta di ricalcare le gesta del
maestro con scarso buon senso, ‘ma con un fervore tale di fede da
conciliarsi l’ammirazione rispettosa del narratore, che, appunto
per quella fede patetica, lo propone a modello esemplare’.
31
‘Quantunque l’evangelista Francesco convinto com’era che c’è
più bisogno di virtù che di parole, predicasse con esempi ed
espressioni comuni a uomini incolti, pure dinanzi a uditori più
spiritualmente preparati e più capaci di intenderlo, pronunziava
parole piene di vita e di profondità. Con brevissimi tratti
esprimeva l’ineffabile e, aiutandosi con gesti e movimenti di
fuoco, trasportava tutto l’essere degli uditori all’amore delle
cose celesti’ (da tommaso da celano, Vita secunda).
32
Cfr. rosa casapullo, Il Medioevo, in francesco bruni (a cura
di), Storia della lingua italiana, Bologna, Il Mulino, 1999,
p.179.
33
Cfr. Ead., p.179.
34
Cfr. mario sansone, Disegno storico della letteratura italiana,
Milano, Principato, 1957, p.19.
35
Cfr. corrado bologna, L’ordine francescano, pp.731-732.
36
Scrittore e mistico francescano (1259-1329), entrato nell’Ordine
nel 1273, divenne uno dei maggiori rappresentanti della corrente
degli spirituali.
40
Cfr. Ibid.
42
‘Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e
lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo,
niuna scienza avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi
conosciuto non lo avesse, non solamente un gran rettorico lo avrebbe
stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano:
e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o
benvogliente’ (Decameron, VI 10 7).
43
Cfr. rosa casapullo, Il Medioevo, pp.175-176.
44
Cfr. francesco bruni, Appunti sui movimenti religiosi, p.30.
45
Cfr. rosario coluccia, La Puglia, in francesco bruni (a cura
di), L’italiano delle regioni: lingua nazionale ed identità
regionali, Torino, Utet, 1992, p.694
46
Cfr. rosario coluccia, Lingua e cultura fino agli albori del
Rinascimento, in benedetto vetere, Storia di Lecce dai
Bizantini agli Aragonesi, vol.I, Roma, Laterza, 1993, p.515.
47
Cfr. benedetto vetere, Insediamenti francescani pugliesi e chiesa
locale, in bruno pellegrino-francesco gaudioso, Ordini
religiosi e società nel Mezzogiorno moderno, 3voll., Congedo,
Galatina, 1987, p.341.
48
Cfr. primaldo coco, I francescani nel Salento, Cressati,
Taranto, 1930, p.83.
49
Cfr. benedetto vetere, Insediamenti francescani, p.343.
51
Cfr. primaldo coco, I francescani, p.5.
54
Cfr. p. cuthbert, Rassegna Nazionale, An.XXVI, vol.CXXXVI,
1904, fascicolo di aprile I, pp.411-412.
55
Gualtieri di Brienne fu un grande condottiero francese, che fu fatto
nel 1308 duca d’Atene e morì nel 1311.
56
Cfr. carmela massaro, Territorio, società e potere, in
benedetto vetere (a cura di), Storia di Lecce, vol.1, Bari,
Laterza, 1993, p.275.
57
Cfr. primaldo coco, I francescani, pp.3-5.
58
La venuta di Francesco è testimoniata ampiamente dalle iscrizioni
che si trovano nella chiesa leccese, che gli fu, in seguito,
dedicata. Ad esempio: “Divus Franciscus è Syria reversus, ubi
Soldanum Turcarum Imperatorem Christiana Religione imbuerat,
Hydruntum, deinde Cupias venit anno post Christum natum MCCXVIIII.
Federico secundo Imperadore, hoc Oratorium construxit; in quo ipse
iacuit, et oravit, plantavit Areborem Mali Medici quae vetustate
penè corrosa divinitus virescit, eius fructu gustato multi morbo
levantur, Icunculis corrogata undique pecunia ornacum est, et Ara
aedificata” (da giulio cesare infantino, Lecce sacra,
Gallipoli, Nuovi Orientamenti, 1988, p.96).
59
Si narra, ad esempio, che la custodia di Santa Maria del Casale,
presso Brindisi, fosse infestata dalle tarantole. Conscio del fatto
che i monaci, se fossero stati punti, avrebbero dovuto ballare, per
liberarsi dal veleno, come afferma la pseudo teoria, secondo la
quale, attraverso balli scatenati si espelle dal corpo il veleno del
ragno assieme al sudore, Francesco ebbe pietà dei monaci che
sarebbero stati sottoposti a questa cura e quindi esposti alla
derisione della gente. Perciò Francesco pregò i ragni di lasciar
stare i suoi fratelli monaci, e i ragni gli obbedirono (cfr.
domenico bacci, San Francesco d’Assisi. Attraverso le Leggende
Pugliesi, Brindisi, 1925, pp.27ss).
60
Cfr. andrea della monaca, Historia della città di Brindisi,
Napoli, 1673, p.330.
61
Cfr. primaldo coco, L’Abbadia di S. Andrea nell’isola di
Brindisi, studio storico critico con documenti inediti, Lecce,
1919, p.51.
62
Dalle parole di Ponzio Merodio Paolino, nato a Bordeaux nel 353,
vescovo di Nola, nell’opera poetica XVII ad Nicetam redeuntem
in Daciam: “Te per Hydruntum Lupiasque vectum, innubae fratrum
simul et sororum, ambient, uno Dominum canentes ore catervae”.
63
Gregorio Magno, nell’Epist.XXI, scrive al vescovo di Otranto,
raccomandandogli le chiese di Brindisi, Lecce e Gallipoli,
abbandonate per la morte dei pastori.
64
Cfr. primaldo coco, I francescani, p.48.
66
Cfr. pietro gerolamo golubovich, Biblioteca bio-bibliografica
della Terra Santa e dell’Oriente Francese, Grottaferrata,
Quaracchi, 1919, p.225-239.
67
Cfr. primaldo coco, I francescani, pp.82-83.
68
nicolaus glassberger,
Chronica,
in Anal. Franc, II, 20. Si dice che questo frate Palmerio,
che pregava il Signore di non perdere la fede tra gli eretici di
Lombardia o per la ferocia dei tedeschi, per i quali sperava ut
ipsum dignaretur Deus misericorditer liberare, persuase il
cronista Giordano da Giano di andare con lui in missione sebbene
questi avesse orrore dei tedeschi.
69
Frate appartenente alla più nota famiglia calabrese che trovò
fortuna prima sotto il casato di Svevia, poi caduti in disgrazia
questi, presso gli Angiò. Vivente il santo Istitutore, entrò
nell’Ordine, e si distinse per la sua dottrina nel predicare la
divina parola e nella santità, per cui operò molti miracoli. Morì
a Barletta nel 1234 o nel 1231(bonaventura da fasano, Memorabilia
minoritica provinciae s. Nicolai minorum regularis observantiae,
Bari, Zanetto e Valerio, 1654, p.134).
70
Contemporaneo del frate succitato, finì i suoi giorni a Melfi, ma,
in seguito all’abbandono del convento dove trapassò, per la
lontananza dal centro abitato, fu trasportato al monastero di s.
Stefano a Ripa, vicino alla città (bonaventura da fasano,
Memorabilia, p.136).
71
Di poco posteriore al precedente frate, fu sepolto anche lui a Melfi
e operò molti miracoli, così che fu fatto beato (bonaventura da
fasano, Memorabilia, pp.91-93).
72
Cfr. primaldo coco, I francescani, p.93.
73
Che avevano il titolo di Ad conditorem canonum, Cum inter
nonnullus, Quia quorundam urentes, Quia vir reprobus.
74
Cfr. primaldo coco, I francescani, pp.93-94.
75
Michele Fuschi da Cesena (1207-1342) fu monaco francescano, eletto
nel 1316 generale dell’Ordine, d’accordo con il papa XXII troncò
il movimento degli spirituali, e, rieletto generale nel 1328, fece
causa comune con Lodovico il Bavaro contro il papa e, per questo, fu
scomunicato ed espulso dall’Ordine.
77
Cfr. benedetto vetere, Insediamenti francescani, pp.352-354.
78
Cfr. rosario coluccia, Lingua e cultura, p.518-519.
80
Cfr. Id., p.516-517.
81
La storia del Mezzogiorno e, in particolare, quella del nostro
Salento, conobbero numerose migrazioni e l’avvicendarsi di diversi
popoli sul loro territorio, pertanto, il processo di affermazione
del volgare deve fare i conti con la presenza di altre lingue e
culture, spesso in concorrenza tra loro e con lo stesso latino, il
quale, tuttavia, finì per prevalere. Questi popoli hanno influito
sul dialetto e l’onomastica, in misura proporzionale al prestigio
che veniva accordato loro dalla società medievale: di slavi,
albanesi, turchi, normanni e, soprattutto, greco-bizantini, abbiamo
lasciti linguistici dalla vitalità e dalla diffusione piuttosto
varie, a seconda del ruolo che ognuna di queste popolazioni
rivestiva nella società, dall’amalgamazione tra esse e le
comunità autoctone e il rapporto più o meno istituzionalizzato con
i poteri centrale e locale. Per approfondimenti, rimando a rosario
coluccia, La Puglia,
in francesco bruni (a cura
di), L’italiano delle regioni: lingua
nazionale ed identità regionali, Torino,
Utet, 1992 oppure a rosario coluccia, Lingua
e cultura fino agli albori del Rinascimento,
in benedetto vetere, Storia
di Lecce dai Bizantini agli Aragonesi,
vol.I, Roma, Laterza, 1993.
82
Cfr. enrico malato (a cura di), Storia della letteratura,
p.548.
83
Per maggiori dettagli sul monastero casulano, rimando a maria stella
calò mariani, Dal Chiostro alla corti, in benedetto vetere
(a cura di), Storia di Lecce, Bari, Laterza, 1993,
pp.661-732.
84
Cfr. antonio corchia, Luci sul Salento, Galatina, Editrice
Salentina, 1977, p.112.
85
Cfr. rosario coluccia, La Puglia, p.688.
86
Cfr. luigi carducci, Storia del Salento, Galatina, Congedo,
1993, pp.279-281.
87
Cfr. rosario coluccia, La Puglia, p.689.
88
Cfr. rosario coluccia, Lingua e cultura, pp.498-499.
89
rosa anna greco, Prime testimonianze del volgare in Puglia. La
corte di Maria d’Enghien, in “Wenn Ränder Mitte werden.
Zivilization, Literatur und Sprache im interkulturellen Kontext”,
Wien, WUV- Univ. Verlag, 2001, p.606.
